

14. La Toscana dai Medici ai Lorena.

Da: G. Spini-A. Casali, Firenze, Laterza, Roma-Bari, 1986.

Nel corso della prima met del Settecento, per effetto delle
guerre di successione, l'Italia raggiunse un assetto geopolitico
destinato a durare fino alle guerre napoleoniche. Le regioni
italiane cessarono di essere usate come pedine di scambio dai
maggiori paesi europei e alcune delle nuove dinastie, i Borboni a
Napoli e i Lorena a Firenze, straniere ma meno legate agli
interessi delle grandi potenze, riusciranno ad avviare un'autonoma
politica di riforme economiche e legislative. Nel passo seguente
gli storici italiani Giorgio Spini e Antonio Casali
ricostruiscono, sinteticamente ma con gradevoli cenni a
particolari interessanti, il passaggio dai Medici ai Lorena alla
guida del granducato di Toscana, evidenziando quindi come tale
mutamento dinastico, dopo i primi decenni di assestamento, segn
per la Toscana l'avvio di una ripresa economica e politica.


Ferdinando secondo riusc a barcamenarsi alla meglio fra francesi
e spagnoli, nella guerra dei Trent'Anni e in quelle successive,
evitando di farsi devastare lo stato da questi o da quelli e
conseguendo perfino un ingrandimento territoriale in Lunigiana,
con Pontremoli (1650), a spese della Spagna. Guadagn perci una
reputazione di saggezza politica: e forse la meritava in paragone
all'imbecillit degli altri sovrani italiani di allora. Per
Firenze era ridotta a una specie di citt-museo, in confronto ad
Amsterdam, a Londra, a Parigi: tutti gli intellettuali e i gran
signori europei dell'ultimo Seicento sentivano il dovere di
visitarla, ma nessuno si attendeva di l indicazioni importanti
per il futuro.
Neanche le migliori qualit di Ferdinando secondo potevano
arrestare un processo di involuzione, che lentamente ma
inesorabilmente stava logorando casa Medici. E' grottesco che in
questa involuzione abbiano avuto un peso determinante le
peculiarit sessuali dei granduchi. Ma in un regime come quello
mediceo era inevitabile che i casi personali dei sovrani
assumessero dimensioni patologiche. Ferdinando ebbe un debole per
i bei giovani e quindi rapporti matrimoniali piuttosto sgradevoli
con sua moglie Vittoria della Rovere, la quale dal canto proprio
fece quanto poteva per peggiorarli ancora col suo caratteraccio e
la sua bacchettoneria [maniacale attenzione alle forme esteriori
del culto]. Il loro figlio Cosimo terzo (1670-1723) combin le
tendenze particolari di suo padre con le mane religiose di sua
madre e spos una nevrastenica, Luisa Margherita d'Orlans, cugina
del Re Sole, che emp Firenze del baccano delle sue stramberie
finch un bel giorno scapp in Francia e non si fece pi
rivedere. Chiss come, da questa coppia esemplare era nato un
figlio di grande talento artistico, Ferdinando, cui si deve
l'invenzione del pianoforte e quella raccolta preziosa di
strumenti musicali che  uno dei tesori di Firenze. Purtroppo era
anche un degenerato, al solito, che si rovin talmente la salute
con i vizi da premorire al padre, senza lasciare figli. Il
secondogenito Gian Gastone era il pi dichiaratamente invertito
della famiglia e per di pi uno squilibrato, di una pigrizia pi
che morbosa, bench non fosse privo di un filo di
quell'ingegnaccio che per secoli era stato prerogativa dei
Medici. Vivo ancora Cosimo terzo, le potenze europee cominciarono
a negoziare tra loro la successione al trono di Toscana.
In un clima farsesco e tragico insieme come questo, la corte di
Firenze non ebbe pi parte alcuna nella politica europea. Allo
sfacelo politico si accompagn il collasso economico. Del resto,
sarebbe stato difficile evitarlo anche se la Toscana avesse avuto
sovrani pi intelligenti e capaci: gran parte del granducato di
Ferdinando secondo e di Cosimo terzo coincise col regno di Luigi
quattordicesimo in Francia: prima la politica mercantilista del
Colbert [Jean-Baptiste Colbert, ministro del re di Francia Luigi
quattordicesimo, promotore di una politica economica
caratterizzata, fra l'altro, dall'adozione di misure
protezionistiche ai danni dei prodotti stranieri] e poi le
convulsioni brusche determinate dalle guerre del Re Sole
inflissero mazzate su mazzate alle manifatture fiorentine, gi
zoppicanti di suo. Un'alluvione di pitocchi [mendicanti] e di
straccioni inond le strade fiorentine e le istituzioni caritative
della citt non ce la fecero pi a fronteggiarla. Cosimo terzo
ritenne suo dovere di buon cattolico rispondere alla crescita
della delinquenza con un aumento di severit della giustizia. Ma
le forche non erano un rimedio gran che efficace alla crisi.
[...].
Il problema della successione al trono di Toscana, ormai, era
nelle mani delle grandi potenze. Ma vi fu almeno un tentativo di
rivendicare l'autonomia di Firenze e di inserire quella
rivendicazione nel clima del nascente liberalismo europeo,
inaugurato dalla vittoria inglese nella guerra di successione
spagnola. Un giurista nutrito di cultura scientifica galileiana,
Giuseppe Averani (1662-1738), fiorentino anche se docente
all'Universit di Pisa, sostenne nei suoi scritti le ragioni di
chi reclamava che, una volta estinti i Medici, si tornasse allo
status quo ante, cio alla Repubblica fiorentina. N mancarono
simpatie di liberali inglesi e olandesi per questa tesi. Purtroppo
prevalsero calcoli dinastici e il trono di Toscana fu attribuito a
don Carlos di Borbone, in un primo momento, e a Francesco Stefano
di Lorena, sposo di Maria Teresa d'Austria, in un secondo tempo.
Ma, persino allora, i patrizi fiorentini che governavano di fatto
in nome del granduca Gian Gastone (1723-1737), dettero un'estrema
battaglia per l'autonomia della Toscana, evitando che diventasse
una provincia austriaca. Se non altro, ottennero che la corona
granducale restasse separata da quella imperiale e che dopo la
morte di Francesco Stefano toccassero questa al primogenito e
quella al secondogenito, garantendo cos per l'avvenire
l'esistenza di una dinastia tutta toscana. Qualcosa di buono, del
resto, lo fece anche l'ultima dei Medici, cio la sorella di Gian
Gastone, Anna Maria ( 1743), che era stata sposata all'elettore
palatino [il conte del Palatinato renano, uno dei principi
tedeschi cui spettava l'elezione dell'imperatore]. Ordin infatti
nel suo testamento che le preziose collezioni artistiche della sua
famiglia restassero per sempre a Firenze. [...].
Purtroppo le guerre di successione stremarono e impoverirono tutta
l'Italia e Firenze non fece eccezione, pur non dovendo subire
devastazioni belliche. La prima met del Settecento fu uno dei
periodi pi neri della sua storia. Da capitale di uno stato
indipendente era stata declassata a citt di provincia, dipendente
da un centro lontano. Francesco Stefano si fece vedere appena nel
granducato e se ne stette sempre a Vienna, lasciando il governo
della Toscana a una reggenza presieduta da un suo fiduciario
straniero. A Firenze, nel trentennio della Reggenza (1737-1765),
non fu costruito altro che il mediocre arco trionfale in onore di
Francesco Stefano che sta davanti a porta San Gallo [oggi in
piazza della Libert]. E a costruirlo fu un architetto di
terz'ordine qualsiasi, Jean N. Jadot, e straniero per di pi. Un
bel record negativo per la citt del Brunelleschi e di
Michelangelo. [...].
Solo con la morte di Francesco Stefano, e l'ascesa di suo figlio
secondogenito Pietro Leopoldo (1765-1790) al trono granducale,
Firenze torn a essere sede di una dinastia propria, sia pure
inclusa dentro l'orbita politica internazionale degli Asburgo. Il
nuovo granduca si distinse subito per la politica lungimirante di
riforme da lui impostata, valendosi degli ottimi funzionari che
gi avevano dato tanto buona prova di s sotto la Reggenza, come
il Rucellai, il Neri, il Tavanti, il Gianni e aggiungendone altri
di analogo valore, fra cui il geniale idraulico Vittorio
Fossombroni (1754-1844) di Arezzo. Per un buon quarto di secolo,
la Toscana divenne cos il laboratorio politico, in cui si
speriment la traduzione in pratica di quanto di meglio
l'intellettualit illuministica avesse elaborato in Europa, in
materia di diritto, di economia, di scienza politica e perfino di
teologia.
